Esiste un filo invisibile, ma d’acciaio, che unisce le coste della Sicilia profonda alla laboriosa provincia di Varese. Non è solo un percorso di migrazione e lavoro, ma un asse criminale che l’inchiesta “Hydra” ha riportato prepotentemente sotto i riflettori. Il legame indissolubile tra Gela e alcune storiche famiglie trapiantate a Busto Arsizio è stato il cuore del reportage de “Lo Stato delle Cose”, il programma di Rai Tre condotto da Massimo Giletti, che ha acceso un faro sul “mostro mafioso” che divora il tessuto economico lombardo.
Il “Modello Gela” applicato ai bar di Busto
Al centro del sistema ci sono loro: i Nicastro. Gelesi doc, ma residenti da tempo a Busto Arsizio, considerati dagli inquirenti della Dda di Milano come l’avamposto dei Rinzivillo, il potente clan mafioso di Gela. La loro non è un’integrazione, ma un’infiltrazione. Le carte dell’inchiesta descrivono un metodo brutale per il controllo del territorio, fatto di “pressioni” e violenza, tipico dei contesti d’origine.
Esemplare è la vicenda del bar “Fermata 36” di viale Boccaccio: acquisito per la cifra irrisoria di 10mila euro – un prezzo che puzza di estorsione – e inaugurato in pompa magna. Ma il raggio d’azione dei gelesi non si fermava lì: le mire sul “Montecristo” e il violento pestaggio del titolare dello “Studio54”, Francesco Picone, dimostrano come il controllo della movida bustocca fosse diventato un affare di famiglia per i clan siciliani.
Quel taglio del nastro imbarazzante
L’asse Gela-Busto non si nutre solo di violenza, ma anche di quell’area grigia fatta di sottovalutazione e contiguità politica. Massimo Giletti ha incalzato Max Rogora, oggi consigliere comunale e all’epoca assessore alla Sicurezza, “pizzicato” proprio al taglio del nastro del bar dei Nicastro. «Mi ha invitato un amico, non sapevo chi fossero», si è giustificato Rogora. Una risposta che però non cancella l’immagine plastica del potere locale che, consapevolmente o meno, legittima chi è sospettato di appartenere a consorterie criminali nate a mille chilometri di distanza.
Omertà e negazione: “La mafia qui non esiste”
Il servizio dell’inviato Alessio Lasta ha restituito un’immagine inquietante delle piazze di Busto Arsizio. Intervistando alcuni residenti di origine gelese, come Dario Nicastro e Rosario Bonvissuto, il coro è unanime: «Ma quale mafia?». Un negazionismo ostinato che ricalca vecchi schemi: c’è chi parla di “invenzioni dei magistrati” e chi definisce i testimoni di giustizia come “infami”.
Questo cordone ombelicale tra Gela e Busto Arsizio ha permesso a un “consorzio delle mafie” – dove Cosa Nostra siciliana dialoga alla pari con ‘ndrangheta e camorra – di impossessarsi di uno dei poli industriali più ricchi d’Italia. Mentre il tribunale di Milano ha già emesso le prime 52 condanne in rito abbreviato per il sistema Hydra, resta l’amarezza per l’accusa lanciata da Giletti: «Il Comune di Busto Arsizio non si è mai costituito parte civile». Un segnale di debolezza che, in una città dove i clan di Gela dettano legge nei bar, pesa come un macigno.
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