Nessun varco, nessuna eccezione. La Cassazione mette un punto fermo e respinge il tentativo dei fratelli Alessandro e Nunzio Emmanuello, di 57 e 69 anni, di riallacciare i contatti dopo oltre un quarto di secolo di isolamento reciproco. Nonostante il Tribunale di Sorveglianza DI Torino avesse inizialmente aperto a una videochiamata in nome del diritto all’affettività, la Corte ha alzato un muro insormontabile: la pericolosità dei due soggetti è ancora troppo viva per concedere spiragli comunicativi, anche se mediati dalla tecnologia. Il verdetto rappresenta un richiamo perentorio al rigore: le relazioni familiari, in contesti di alta densità criminale, non possono e non devono diventare il “cavallo di Troia” per veicolare ordini all’esterno o ricompattare le fila di un sodalizio mai del tutto smantellato.

A passare è stata la linea della Direzione Antimafia di Caltanissetta, che aveva espresso remore sulla richiesta. La Corte, accogliendo pienamente i timori della Dda, ha stabilito che la sicurezza dello Stato e la prevenzione del crimine organizzato prevalgono sui legami di sangue. Con i boss di Gela ancora ritenuti ai vertici di un’organizzazione operativa e aggressiva, ogni parola scambiata tra le sbarre rappresenta un rischio che il sistema giustizia non può permettersi di correre. La decisione censura il provvedimento di Torino, che avrebbe sottovalutato i pareri degli inquirenti siciliani, i quali descrivono un panorama criminale ancora in fermento. Alessandro Emmanuello, peraltro, gode già di colloqui con Davide, terzo fratello detenuto. Il quarto, Daniele, come noto alle cronache cadde durante una sparatoria con la Polizia, durante un blitz che aveva portato al suo arresto, in un covo, nell’Ennese. Ampliare ulteriormente questa rete di contatti – per i magistrati – significherebbe indebolire l’efficacia stessa del regime speciale. La linea del carcere duro, dunque, non arretra: il silenzio tra i due fratelli deve continuare per garantire che il muro tra il clan e il comando resti invalicabile. Questa sentenza ribadisce che il 41 bis non è solo una misura punitiva, ma uno strumento di difesa sociale necessario finché la minaccia mafiosa persiste.
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