Il convegno sulla «Frana di Niscemi: dalla fase emergenziale alla ricostruzione», promosso dalla Consulta degli Ordini degli Ingegneri di Sicilia, dall’Ordine di Caltanissetta e dalla sua Fondazione, ha riunito stamane nell’Auditorium del Museo Civico i principali attori della gestione territoriale. Ad aprire il confronto è stato Fabio Corvo, presidente della Consulta regionale degli Ingegneri, che ha inquadrato l’evento come un monito per l’intera isola: «La frana di Niscemi non può essere letta soltanto come un’emergenza locale. È un evento che ci obbliga a porci una domanda più ampia: conosciamo davvero il livello di vulnerabilità del nostro territorio?». Corvo ha proposto un tavolo tecnico regionale per mappare i beni vincolati in aree fragili, una cabina di regia che seva a studiare le criticità.
«Un bene culturale – spiega – in un’area a rischio non è solo un bene da conservare: è un presidio identitario che può essere perduto se non viene inserito dentro una strategia di prevenzione». Il sindaco Massimiliano Conti ha riportato il dibattito sulla sofferenza dei cittadini evacuati e sulla necessità di risposte certe, fissando un obiettivo ambizioso per la risoluzione della crisi.
«L’obiettivo – dice Conti – è arrivare entro due anni a una soluzione chiara, seria e sostenibile per la comunità. Non parlo solo di opere, ma di un percorso complessivo: sicurezza, ristori, ricollocazione e tutela del centro storico». Per l’amministrazione comunale era presente anche il vicesindaco, Pietro Stimolo.

La soprintendente dei Beni culturali, Daniela Vullo, ha lanciato un allarme sul destino di Palazzo Iacona e Palazzo Branciforti e della biblioteca Angelo Marsiano, ricordando che la perdita materiale di questi luoghi equivarrebbe a una ferita culturale insanabile.
«La domanda – dice – che oggi dobbiamo porci è: come possiamo garantire la sicurezza senza disperdere memoria, identità e valore culturale? Mettere i libri e gli archivi in sicurezza significa evitare che l’emergenza produca una perdita irreversibile». Sul piano tecnico e scientifico, i contributi di Orazio Barbagallo, esperto in geologia applicata, e Francesco Castelli, direttore del Dipartimento di Ingegneria della Kore di Enna, hanno fornito la base di dati necessaria per definire gli scenari di rischio. Su queste fondamenta gli urbanisti dell’Università di Catania, Paolo La Greca e Francesco Martinico, hanno costruito una visione di rottura rispetto al passato, rifiutando l’idea di nuove espansioni o “New Town”.



Per i docenti, la ricostruzione deve essere un’occasione di rigenerazione interna: «La strada più sostenibile è partire dalla città esistente. Occorre individuare gli immobili inutilizzati, recuperare e costruire una città più sicura, compatta e vivibile. Una ricostruzione che allontana le persone dal proprio vissuto rischia di produrre una seconda frattura». Il convegno si è chiuso con un monito sulla necessità di strumenti urbanistici adeguati per governare il territorio, proprio mentre a livello nazionale il dibattito legislativo sembra ignorare la complessità della pianificazione a favore della sola edilizia. Niscemi emerge da questo incontro come un potenziale laboratorio per la Sicilia, un luogo dove la collaborazione tra competenze diverse può trasformare un trauma in un modello di “Green City” resiliente. La sintesi finale dei relatori ha ribadito un concetto fondamentale per il futuro dei territori fragili: la sicurezza di una comunità non si misura solo nella reazione alla crisi, ma nella volontà politica e tecnica di impedire che tali eventi si ripetano, attraverso la conoscenza, la prevenzione e la cura del patrimonio esistente.
L’articolo Niscemi di fronte alla sfida oltre la frana: ricostruire in sicurezza tutelando le radici proviene da Today 24.