Cronaca 6 min

Siracusa. Porto grande come una palude: da 40 anni i reflui nella storia della città. Il bluff di Palazzo Vermexio

20 Maggio 2026

Se pensavamo che il disastro del depuratore di Augusta fosse l’apice del collasso del sistema idrico e fognario della nostra provincia, dovevamo ancora fare i conti con il cuore pulsante del capoluogo. C’è un’anomalia monumentale, una ferita aperta che sanguina da quasi quarant’anni nel silenzio complice delle istituzioni: il Porto Grande di Siracusa, uno scrigno di storia e bellezza, è stato ridotto a una palude biologica, utilizzato come valvola di sfogo terminale per i reflui della città.

I nodi, drammaticamente, vengono al pettine. E se per le criticità odierne si tende a puntare il dito contro il neonato colosso Aretusacque, la documentazione storica e tecnica presentata da Pippo Ansaldi sposta i reflui della responsabilità direttamente su Palazzo Vermexio. Sul banco degli imputati siede la governance di Francesco Italia, da quasi quindici anni al vertice della cabina di regia cittadina (prima da vicesindaco con delega pesante, poi da Sindaco, Presidente dell’ATO Idrico e primo responsabile della salute pubblica). La diagnosi di Ansaldi è una sentenza politica: “Tutto sbagliato da parte della Regione e assoluta inerzia dell’ente locale!”.

La truffa semantica dell’acqua: potabile ma imbevibile

Il fallimento parte da ciò che esce dai rubinetti dei siracusani. Oggi nelle case della stragrande maggioranza dei quartieri (con le sole e parziali eccezioni di Belvedere e Cassibile) viene erogata un’acqua che si definisce “potabile” solo sui registri burocratici, ma che nei fatti resta totalmente imbevibile. Una clamorosa contradictio in terminis che costringe i cittadini a subire il salasso delle bollette e, contemporaneamente, a finanziare l’industria dell’acqua in bottiglia. Un’anomalia che da sola basterebbe a decretare il fallimento di una politica dei servizi pubblici, ma che rappresenta solo la punta dell’iceberg.

Il “trucco” del 1985 e il disastro del Canale Grimaldi

Il vero scandalo si consuma sottoterra e sfocia in mare. Nell’aprile del 1985, Siracusa sembrava un’avanguardia: entrava in funzione il depuratore di Contrada Canalicchio, realizzato dalla Cassa del Mezzogiorno. Un impianto pionieristico per la Sicilia. Ma proprio in quel momento di apparente civiltà, si instilla il veleno della malamministrazione.

L’Assessorato Regionale al Territorio e Ambiente rilasciò un’autorizzazione allo scarico dei reflui nel Canale Grimaldi — che devia e scarica direttamente nel Porto Grande — solo per casi di “emergenza, per fatti eccezionali o disservizi”. Quell’eccezione, con il silenzio-assenso del Comune, è diventata la normalità quotidiana per quarant’anni. Un’autorizzazione definita da Ansaldi “palesemente destituita di qualsiasi logicità tecnica e giuridica”, poiché vincolava il Comune a cedere il riutilizzo dei reflui alle industrie della zona ASI, senza che la Regione lo avesse mai imposto alle industrie stesse.

Il risultato? Da decenni, circa 16 milioni di metri cubi di reflui (provenienti dai comuni di Siracusa, Floridia e Solarino) finiscono, dopo il trattamento a Canalicchio, direttamente nello specchio d’acqua del Porto Grande. I rinnovi del 2009, 2012 e 2019 sono passati sopra i dossier di denuncia del Laboratorio di Igiene Pubblica e dell’ARPA, ignorando totalmente le caratteristiche qualitative del corpo ricettore. Il rinnovo del 2009, in particolare, era subordinato all’adozione del PARF (il piano di pianificazione dei depuratori) da parte del Consiglio Comunale. Palazzo Vermexio non ha adempiuto. Tutti gli interventi strutturali eseguiti sull’impianto risultano, a tutt’oggi, difformi rispetto alla pianificazione regionale. Un quadro di irregolarità diffusa che ha già visto, nel recente passato, la condanna in primo grado di tre dirigenti della fallita Sai8.

L’atto di indirizzo fantasma e la rivolta del Consiglio Comunale

Che la macchina amministrativa guidata da Francesco Italia abbia deliberatamente melato sul problema è dimostrato da un retroscena politico clamoroso. Nel luglio del 2025, un fronte trasversale di consiglieri comunali è stato costretto a protocollare una richiesta urgente per una seduta aperta del Consiglio. L’obiettivo? Discutere proprio della marea di reflui convogliati verso il Porto.

La firma sul documento porta i nomi dei consiglieri di Fratelli d’Italia (Paolo Cavallaro e Paolo Romano), di Forza Italia (Leandro Marino, Alessandra Barbone, Toti La Runa), del gruppo Forzisti Siracusa (Damiano De Simone, Cosimo Burti e Luigi Gennuso), del gruppo Insieme (Ivan Scimonelli, Daniela Rabbito e Ciccio Vaccaro) e di Simone Ricupero del gruppo misto.

L’accusa mossa dai consiglieri è un macigno: la Giunta Municipale, con la delibera n. 52 del 22 aprile 2024, aveva persino approvato un atto di indirizzo formale per collegare le acque in uscita da Canalicchio direttamente a monte dell’impianto consortile IAS. Una soluzione logica, immediata. Eppure, denuncia il Consiglio, “la delibera non ha avuto alcun seguito”, rimanendo lettera morta nei cassetti polverosi del Vermexio, mentre nel frattempo emergevano altre soluzioni alternative con l’unico comune denominatore di salvare il Porto Grande. Da qui la necessità di convocare un tavolo esaustivo con deputazione, sindacati, gestori e la proprietà di IAS per giungere a una soluzione definitiva.

Il gioco delle tre carte di Francesco Italia e la farsa di Edy Bandiera

Di fronte a questo disastro ecologico e all’immobilismo della sua stessa Giunta, qual è la posizione del Sindaco? La risposta di Francesco Italia ricalca il classico copione del rimpallo di responsabilità. Il primo cittadino si dichiara pronto alla “sinergia”, ma ricorda che l’ATI è stata spogliata di risorse e personale, concludendo che “nulla può essere addebitato alla sua amministrazione”.

Ma qui la difesa d’ufficio scivola nel ridicolo e assume i contorni della farsa politica, grazie alle dichiarazioni del suo vice sindaco, Edy Bandiera. Lo scorso marzo, Bandiera è tornato da Palermo sbandierando presunte “rassicurazioni” ricevute dalla Regione, secondo cui il colossale (e contestatissimo) depuratore IAS potrebbe restare in vita proprio grazie all’apporto massiccio dei reflui provenienti da Contrada Canalicchio.

A sentire il vice sindaco, saremmo davanti a una sfolgorante e miracolosa “volontà politica unanime”, condivisa da tutti i soggetti seduti al tavolo: Regione, Comuni, Aretusacque e tutti gli attori chiamati a lavorare sul progetto.

Il paradosso è servito: mentre il sindaco Italia allarga le braccia dicendo che non può fare allarmismi e che il Comune non ha colpe, nascondendo i ritardi sulla delibera del 2024, il suo vice ci propina la favola del “lieto fine” industriale, dove l’inquinamento quarantennale del Porto Grande viene spacciato, ex post, come la ciambella di salvataggio per l’impianto IAS. Un teatrino di annunci che serve solo a prendere tempo e a distogliere l’attenzione dal dato reale: dopo quindici anni di questa amministrazione, i tubi continuano a scaricare veleno nel porto.

Le soluzioni ci sono, manca la dignità

Le soluzioni concrete per uscire da questa vergogna civile si conoscono da tempo, come ricorda Ansaldi:

  1. Convogliare i reflui trattati nel sistema di scarico a mare in condotta sottomarina del consorzio IAS, dando finalmente seguito a quell’atto di indirizzo del 2024 naufragato nel nulla.
  2. Realizzare una condotta di allontanamento che porti i reflui fuori dal bacino chiuso del Porto Grande.
  3. Attuare la svolta del riutilizzo irriguo e industriale, sebbene i dettagli tecnici sui limiti di applicazione vadano ridiscussi.

Rendere davvero potabile l’acqua dei siracusani e liberare dall’inquinamento fognario l’insenatura storica della città non sono utopie: sono obblighi di legge e di civiltà. La retorica delle “mani legate” e i comunicati stampa trionfalistici del vice sindaco crollano di fronte al peso dei fatti e alla denuncia degli stessi consiglieri comunali.

Il Porto Grande è una palude che urla vendetta. Le responsabilità hanno un nome, un cognome e l’indirizzo di Piazza Duomo 4.

L’articolo Siracusa. Porto grande come una palude: da 40 anni i reflui nella storia della città. Il bluff di Palazzo Vermexio proviene da Libertà Sicilia.

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