Una bozza è colma di informazioni, ma tali verranno dimezzate nel prodotto finale, escludendo forse tante belle parole, ma lasciando quelle importanti. Un libro, come una casa, necessita di un passaggio dal massimalismo al minimalismo. Prendendo ad esame quest’ultimo, il collegamento immediato è all’antiespressività, all’impersonalità, all’obiettivo di serenità, uniti ad un utilizzo della luce naturale e alla ripresa delle figure geometriche. La nuova meta è l’assenza di distrazioni materiali ed emotive per potersi concentrare su ciò che ha davvero valore, meta che nasce a causa di un eccesso emotivo e soggettivo. Il minimalismo è infatti un movimento artistico e filosofico nato negli anni 60 per contrastare l’espressionismo astratto e la Pop Art. Un riposo, una risposta al caos del consumismo del dopoguerra e l’abbondanza culturale degli anni 60. La stanchezza dell’estetica degli hippies, ricca di colori sgargianti, e accumulo di oggetti, spinge a mutare nel suo opposto.
Nell’architettura troviamo lavori formati da unità elementari primarie, spazi monocromatici, ampie vetrate, assenza di decorazioni, ricerca dell’essenzialità pura nell’eliminazione del superfluo. I procedimenti industriali prendono il posto dell’artigianato. Vengono preferiti strumenti precisi e meccanici alla mano dell’artista. Sequenze semplici e ripetitive, edifici, come le persone, portati all’omologazione.
Il minimalismo non va a costruire, ma a demolire, ad eliminare tutto ciò che sta in superficie per limitarsi a fondamenta solide. Una stanza in disordine va prima o poi ordinata, per evitare di rimanere sepolti in mezzo ad oggetti inutili che appesantiscono la nostra visuale. Chi annega ha come unico obiettivo quello di tornare a respirare, il bisogno di una propria identità è secondario.
Da un eccesso all’altro, si passa da un bicchiere pieno ad uno vuoto senza alcuna via di mezzo. Dall’annegare ad una misera goccia d’acqua. Come se la scelta si riducesse all’essenzialismo e al kitsch. L’ordine delle forme geometriche, la serenità del minimalismo, a che prezzo? Dove sono quei tocchi personali che distinguono un’abitazione dall’altra? Abbiamo permesso a forme anonime di sostituire elementi personali ricchi di significato, dipinto di bianco le pareti delle stanze piene di poster e rimpiazzato l’esuberanza visiva con qualcosa di più semplice alla vista: il vuoto.
Il minimalismo ha comportato non semplicemente la tendenza “Less is more” ma l’avvicinarsi sempre più al luogo mostrato nel film “il piccolo principe”: case e giornate uguali, routine che si ripetono, e mancanza di colore, perdita immensa per l’arte che non ha più spazio in una tale neutralità. È una serenità passeggera? Tornerà la tempesta? Chi condivide l’idea minimalista cerca la serenità, chi la critica vive nella nostalgia di quei colori andati perduti, e spera in un ritorno. Dovremmo ridipingere le pareti, unendo il bianco a altri colori?
Silvia Di Stefano 4^ BSU – Ettore Majorana – San Giovanni La Punta (CT)
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