Non ancora arrivata la fumata bianca per il nuovo allenatore del Catania. Le settimane di contatti, colloqui e riflessioni non hanno prodotto un risultato definitivo in tal senso. Pietro De Giorgio, uno dei principali candidati a succedere a Mimmo Toscano sulla panchina etnea, rappresenta una pista che sembra ormai definitivamente tramontata. Con Fabio Caserta, invece, c’è stato un nuovo contatto dopo il rallentamento dei giorni scorsi.
C’è da chiedersi il perché i dialoghi con almeno uno dei suddetti allenatori, ad oggi, non siano andati a buon fine. È mancato un punto d’incontro e una visione comune sul progetto tecnico? Nel caso del giovane mister del Potenza l’ambizione di salire di categoria e misurarsi con la Serie B potrebbe aver giocato un ruolo determinante nella scelta.
Ad ogni modo ciò che risalta di più all’occhio è la ricerca di allenatori che rispondono a canoni differenti tra loro. Caserta e De Giorgio sono due tecnici diversi per carattere, personalità, principi di gioco, gestione e metodologie di lavoro. Il discorso si può allargare altresì agli altri profili accostati negli ultimi giorni come Aimo Diana, Roberto Stellone, Emilio Longo e Giorgio Gorgone. Segno che non esiste una linea univoca ma la dirigenza sta tenendo diversi scenari aperti sul tavolo.
Caserta è un tecnico strutturato e con un palmarès vincente in Serie C, fautore di un calcio pragmatico, verticale ed equilibrato sul piano tattico. In carriera ha applicato sia la linea difensiva a quattro che a tre. Per certi versi potrebbe essere una scelta più aderente all’attuale composizione dell’organico per caratteristiche data la presenza di difensori collaudati per giocare a tre dietro ed esterni bassi di centrocampo.
De Giorgio corrisponde invece a una visione di calcio più moderna e propositiva, legata all’utilizzo del 4-3-3 quale sistema di gioco di riferimento con maggior densità offensiva, riempimento dell’area di rigore avversaria e coinvolgimento dei centrocampisti nello sviluppo della manovra. Un sistema che esalterebbe le doti di un grande finalizzatore, supportato da esterni d’attacco liberi di inventare e una mediana composta da due mezzali di qualità e inserimento e un centromediano metodista chiamato a dettare i tempi del gioco.
Un’intuizione forse dettata da quel desiderio mai sopito di vedere in campo un Catania che faccia la partita anziché subirla e tenga in mano il pallino del gioco. Riannodando il filo del discorso intrapreso tre anni fa con Tabbiani ma stavolta provando a legare l’identità tattica propositiva all’immediatezza del risultato.
L’idea di base, in ogni caso, da quel che trapela è legata alla crescita e alla valorizzazione dei giovani dando una risposta concreta all’esigenza di abbassare l’età media della squadra che supera i 29 anni.
Prima ancora del nome dell’allenatore, conta la direzione che la società intende seguire. Perché ogni tecnico porta con sé una determinata idea di calcio, una metodologia di lavoro e una precisa visione nella costruzione della rosa. Individuare il profilo giusto significa quindi definire l’identità della squadra che verrà.
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L’articolo Il nodo allenatore e quella ricerca di profili che rispondono a canoni differenti proviene da Tutto Calcio Catania.