Cronaca Agrigento 6 min

Siracusa. Il sindaco va cercato col lanternino

29 Giugno 2026

Sarà un 2027 determinante non solo per il futuro dell’Italia ma anche per quello della Sicilia e di Siracusa. Si voterà infatti per il rinnovo del parlamento nazionale, di quello regionale e per i sindaci di città importantissime come Roma, Milano, Bologna e Torino. Ma con ogni probabilità si andrà alle urne anche per il Comune di Siracusa, un anno prima della scadenza naturale del 2028.

Se si andasse a votare, come sembra ormai certo, per le elezioni nazionali nell’aprile prossimo, il sindaco Francesco Italia dovrà dimettersi entro il mese di febbraio per potersi candidare al parlamento nazionale. E quindi ci saranno i tempi necessari per rinnovare il governo del Vermexio a fine maggio.

Per le nazionali il sindaco Italia dovrebbe candidarsi con le liste di Azione (non ci saranno preferenze) o, in alternativa, con il vecchio amore Forza Italia. Non dimentichiamo che Italia venne candidato a sostegno della Moratti, attuale parlamentare europea berlusconiana, sindaca di Milano. Il flop in termini di preferenze di Italia fu clamorosissimo ma il buon Francesco ha trovato a Siracusa il terreno più fertile per gestire la città come meglio crede.

Sulla strada delle nazionali potrebbe però trovare come concorrente anche un suo ex vicesindaco, che Italia ha sbolognato in malo modo. Ci riferiamo a Fabio Granata, che ha abbandonato Alemanno non condividendo la scelta di abbracciare il generale Vannacci e sta pensando di tentare di tornare alla Camera con la possibile lista promossa da Francesca Albanese, Alessandro Di Battista e altri filo palestinesi. Il 3 luglio la Albanese sarà ancora una volta a Siracusa per la presentazione del suo ultimo libro, e accanto a lei ci sarà proprio Granata.

Il toto-candidati e il vuoto che si intravede

Liberato il Vermexio, la corsa alla successione è già partita, e i nomi sul tavolo non mancano. Michele Mangiafico ci pensa apertamente con Civico 4, in un’intesa con La Verdera che somiglia più a un posizionamento dell’ultimo minuto che a un progetto condiviso. Salvo Russo si propone con Alternativa Libera, ma per essere davvero una forza di rottura dovrà dimostrare di saper tagliare i ponti con il passato, senza diventare un rifugio per i delusi delle vecchie coalizioni in cerca di verginità politica. Nell’area che fa riferimento a Carta, il sindaco di Melilli che a maggio lascerà anche la presidenza della Commissione attività produttive della Regione, si muovono Zappulla, Assenza e Vinciullo: un terzetto che racconta più gli equilibri interni a quell’area che una vera proposta per la città. Nel Pd circola il nome del capogruppo in consiglio comunale, Massimo Milazzo.

È lecito chiedersi se anche Michelangelo Giansiracusa, attuale presidente del Libero Consorzio e sindaco di Ferla, possa essere parcheggiato al Vermexio una volta concluso il suo doppio mandato: un’ipotesi che la città farebbe bene a respingere, perché Siracusa non può essere la prossima casella da occupare per chi deve semplicemente ricollocarsi.

Quello che manca, in questo elenco, è un nome capace di rompere lo schema. Né l’età è un argomento valido per escludere chi avesse visione e seguito: a Salerno Vincenzo De Luca è stato eletto sindaco a 77 anni, per la quinta volta, senza nemmeno il simbolo del Pd; a Enna Vladimiro Crisafulli, 75 anni, ha stravinto con lo stesso copione. Se la carta d’identità non ferma chi ha credibilità altrove, non si vede perché dovrebbe fermarla qui.

Gli accordi di palazzo che pesano più dei programmi

Il vero nodo di Siracusa non è la scarsità di aspiranti sindaco, ma la logica con cui si scelgono. Nell’area che ruota attorno a Carta, il prossimo candidato sarà con ogni probabilità un nome funzionale a mantenere l’egemonia territoriale, non scelto per il bene della città: Siracusa rischia di restare una colonia politica delle logiche di Melilli.

Lo stesso schema si ripete altrove. Le voci su un possibile scambio di garanzie tra Gennuso e Pupillo per Lentini raccontano una politica fatta di cambiali elettorali tra territori diversi, decise sopra la testa degli elettori. E anche Fratelli d’Italia, in provincia, sembra ridotto a una questione di campanile: la sigla nazionale è stata in larga parte assorbita da dinamiche e correnti che guardano ad Avola più che a Siracusa, lasciando la città in una posizione di periferia politica anche dentro la propria area di centrodestra.

Non sorprende, in questo contesto, che la giunta uscente sia stata tenuta in piedi più dagli equilibri numerici che dalle competenze: le poltrone si sono spesso giustificate con le geometrie di maggioranza, non con i risultati amministrativi.

I conti che nessuno paga

Se sul piano delle alleanze la fotografia è quella di una provincia che decide per sé, sul piano amministrativo il bilancio degli ultimi anni lascia altrettanti interrogativi aperti.

Il nuovo ospedale resta, da anni, il più grande spot elettorale permanente della storia recente siracusana: prime pietre posate a ogni campagna, mentre la sanità sul territorio resta sotto pressione. Su questo, né l’Asp né il sindaco hanno mai sentito il bisogno di spendere una parola pubblica.

Ortigia, intanto, ha pagato il prezzo di un turismo gestito senza visione: invasa dai tavolini, in larga parte svuotata dei siracusani che vi abitavano. “Non fa schifo, fa male al cuore vederla così ridotta”, ha sintetizzato di recente chi osserva da tempo le dinamiche della città. Lo Sbarcadero è lo specchio dello stesso abbandono, una risorsa potenziale lasciata terra di nessuno. E il ponte pedonale realizzato negli ultimi anni è già diventato, nel linguaggio comune, “il ponte giocattolo”: costoso, contestato, e simbolo di una progettualità urbanistica che ha prodotto più discussioni che soluzioni.

A questo si aggiungono le voci, ancora da confermare, su un possibile uso dei fondi del PNRR per un terzo intervento su Largo Aretusa: se confermate, rappresenterebbero l’ennesimo investimento sulle stesse zone vetrina, mentre le periferie della città continuano ad attendere i servizi essenziali.

Non va dimenticato, infine, che la provincia di Siracusa porta con sé un precedente che pesa: prima di Francofonte, sciolto di recente per infiltrazioni mafiose, erano già stati sciolti per le stesse ragioni i comuni di Augusta, nel 2013, e Pachino, nel 2019. Un curriculum che dovrebbe interrogare la classe politica locale, non essere semplicemente archiviato come fatto di cronaca.

La vera posta in gioco

Il rischio, per Siracusa, non è restare senza un sindaco. È restare con tanti aspiranti sindaco e nessuna alternativa reale: una città dove i candidati si moltiplicano ma rispondono tutti, in modi diversi, alla stessa logica di provincia, fatta di equilibri tra territori, ricollocazioni e accordi sottobanco, più che di progetti per il futuro.

Italia ha amministrato rivendicando bilanci in ordine e poco altro: un sindaco-fotocopia che riproponga lo stesso schema non basterebbe a invertire la rotta. Serve, semmai, qualcuno capace di scrivere un progetto vero per la città e di andare a intercettare i finanziamenti regionali, nazionali ed europei che altrove si sanno portare a casa. “Basta con le figure sterili: serve uno che abbia gli attributi”, si è sentito dire in questi giorni a Siracusa. Se la classe politica locale continuerà a delegare le scelte ai soliti equilibri, e i siracusani continueranno a osservare senza indignarsi, il 2027 rischia di essere solo l’ennesima occasione persa. Per evitarla, i siracusani il futuro sindaco se lo dovranno andare a cercare con il lanternino, casa per casa.

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