Cronaca Agrigento 5 min

Siracusa. Catania decide, il sindaco ringrazia: Siracusa subisce

19 Luglio 2026
Renato

II molo dei complimenti: quando il ‘grazie’ del sindaco vale più della domanda che non ha mai fatto. Venerd’ mattina un comunicato stampa annuncia, (pubbicato a pagina 4) con il consueto tono da inaugurazione anticipata, che l’Autorità di Sistema Portuale del Mare di Sicilia Orientale ha concluso la prima fase del concorso internazionale per la riqualificazione del Molo Sant’Antonio: un ex magazzino abbandonato da vent’anni, 6,5 ettari di area portuale, la futura Stazione marittima. Trentanove soggetti partecipanti, cinque proposte ammesse alla seconda fase, tempi allungati a settembre-ottobre per non penalizzare la qualità estiva dei progetti. Tutto molto professionale, tutto molto internazionale nel linguaggio.
E poi la chiosa, affidata al sindaco Francesco Italia: «Grazie a questa iniziativa dell’Autorità Portuale la città di Siracusa potrà riappropriarsi di una parte importante del molo Sant’Antonio […] ringraziamo il prezioso lavoro che sta portando avanti l’Adsp».

Fermiamoci un attimo su questa frase, perché dentro c’è tutto quello che non va. Riappropriarsi. Il sindaco di Siracusa ringrazia un ente con sede decisionale altrove perché restituisce alla città un pezzo della città.

Non è un dettaglio lessicale: è la fotografia esatta del rapporto di forza che questa amministrazione ha accettato, anno dopo anno, senza mai provare seriamente a rovesciarlo. Ciò che il comunicato non dice, e che nessun cronista embedded nella narrazione ufficiale si preoccuperà di far notare, è che questo intervento sul Molo Sant’Antonio non nasce da una visione originale dell’AdSP calata dall’alto per grazia ricevuta.

È esattamente il tipo di progetto che Siracusa avrebbe potuto continuare a gestire in casa propria, perché in Sicilia i porti non sono, per regola generale, materia statale: grazie all’art. 32 dello Statuto speciale, il demanio marittimo — aree portuali comprese — appartiene alla Regione Siciliana, con margini di competenza che un decreto presidenziale del 2004 ha esteso, per alcuni scali, fino ai Comuni.

Non era dunque questione di «chiedere» un’autonomia che non c’era: quell’autonomia, per statuto, esisteva già, a un livello, regionale e potenzialmente comunale, molto più vicino al territorio di quanto non lo sia oggi un ente sovraordinato con sede decisionale altrove. È stata la legge n. 28 del 2024 a sottrarre Porto Grande e la rada di Santa Panagia a quel regime per farli confluire, per scelta politica e non per automatismo giuridico, nel sistema dell’AdSP Sicilia Orientale, lo stesso ente il cui baricentro, lo si è scritto altrove e lo si ripete qui, è saldamente catanese.

E quando quella legge si discuteva in Parlamento, il Comune di Siracusa non ha alzato la voce per difendere la governance più vicina alla città: si è limitato a osservare passivamente, e poi ad applaudire, il passaggio di consegne.
Non è un’ipotesi peregrina o un esercizio retorico a posteriori.

La rigenerazione di waterfront storici, il recupero di aree portuali dismesse a ridosso di centri UNESCO, la gestione di stazioni marittime a servizio del traffico crocieristico: sono esattamente le competenze e le funzioni che una gestione comunale o consortile autonoma, sul modello di altre realtà portuali minori italiane che hanno negoziato con le rispettive Regioni margini di autonomia gestionale, avrebbe potuto rivendicare e amministrare direttamente, con project financing propri, bandi propri, tempi propri.

Invece l’Amministrazione passiva di Siracusa ha scelto, per bocca di chi la amministra, la strada più comoda: consegnare le chiavi di casa e poi ringraziare chi bussa per restituirne una stanza alla volta.

Il concorso di progettazione, va detto per onestà, non è di per sé un male: coinvolge il Comune, la Soprintendenza, gli Ordini professionali, la Capitaneria di Porto, ha una procedura anonima e trasparente, e su questo non c’è nulla da eccepire nel merito tecnico.

Il problema non è la qualità procedurale del concorso. Il problema è chi decide, chi firma, chi intesta a sé il merito politico di un’operazione che riguarda un pezzo di suolo e di storia siracusana, e chi, dall’altra parte, si accontenta di applaudire da comprimario a casa propria.

Questo episodio si inserisce, punto per punto, nello schema già descritto: quindici anni di amministrazione che ha preferito la fotografia in posa alla battaglia vera. Quando si è trattato di rivendicare l’autonomia gestionale di Porto Grande e Santa Panagia, il Comune è rimasto a guardare. Quando si è trattato di contestare lo spostamento del baricentro decisionale verso Catania, con gli incontri istituzionali di peso, le visite di operatori internazionali come il gruppo Grimaldi, la narrazione del «porto del futuro» scritta sistematicamente altrove, il sindaco Italia ha scelto di essere tra i più convinti sostenitori della riconferma di quello stesso presidente. E oggi, coerentemente, ringrazia.

Non stupisce, alla luce di tutto questo, che la stessa amministrazione che rinuncia a rivendicare l’autonomia sui propri porti sia guidata da un sindaco che, proprio di recente, ha ricevuto da Carlo Calenda l’incarico di commissario regionale di Azione in Sicilia, in vista delle elezioni del 2027, un’ambizione che guarda esplicitamente all’intera isola, al peso elettorale di Catania compreso. Chi ha bisogno dei voti del capoluogo etneo per il prossimo passo della propria carriera politica ha, semplicemente, un incentivo strutturale a non disturbare chi a Catania governa i porti e venduto Siracusa.

Il Molo Sant’Antonio tornerà, tra qualche anno, a essere un pezzo vivo della città, probabilmente con un progetto architettonico di qualità, considerata la partecipazione internazionale al concorso. Ma sarà un pezzo di città che Siracusa avrà ricevuto in restituzione, non un pezzo di città che Siracusa avrà scelto e governato da sé.

La differenza non è di poco conto: è la differenza tra una città che decide del proprio waterfront e una città che ne è, sostanzialmente, ospite grata.

Il diritto che continua a mancare, anche in questo caso, non è quello enunciato nei comunicati e nei ringraziamenti pubblici. È quello, più scomodo, di un’amministrazione che neghi la propria rendita di posizione, chieda per tempo l’autonomia che le spetta e amministri in prima persona le risorse e i progetti del proprio territorio — invece di limitarsi, ancora una volta, a dire grazie.

In fondo il copione di questo sindaco è sempre lo stesso: a Siracusa si toglie, a Siracusa si ringrazia. È l’unica vera opera pubblica che questa amministrazione sa portare a termine puntualmente: l’inaugurazione della propria irrilevanza, un comunicato alla volta.

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