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Siracusa. Il bancomat del Libero Consorzio, tra incarichi d’oro e consulenze: milioni in fumo mentre la Riserva affonda

31 Luglio 2026

Cinque milioni e mezzo di euro per salvare un territorio che il mare sta lentamente divorando. Ma il denaro, prima ancora dell’acqua, rischia di naufragare in una palude fatta di consulenze, forniture, studi e progetti rinviati al futuro. È il paradosso che emerge dal piano di intervento per la Riserva del Ciane e delle Saline, finito sotto accusa per una distribuzione delle risorse che, secondo i critici, avrebbe privilegiato la macchina della spesa rispetto alla salvaguardia concreta dell’area.

Un finanziamento europeo nato per proteggere uno degli ambienti naturali più delicati della Sicilia rischierebbe così di lasciare sul terreno soprattutto carte, incarichi pagati a peso d’oro e allestimenti, mentre le ferite più profonde della Riserva attribuite all’erosione della costa, al dissesto idraulico e alla fragilità dell’ecosistema fluviale, elementi ritenuti fondamentali anche per la tutela della storica presenza del papiro (il Cyperus Papyrus), resterebbero senza una risposta strutturale.

Il dato che alimenta la polemica è quello della destinazione delle risorse: oltre 5,5 milioni di euro disponibili, ma con una quota ridotta destinata ai lavori materiali e una parte preponderante concentrata in forniture e servizi. Una scelta che, secondo le contestazioni, avrebbe trasformato quello che doveva essere un piano di messa in sicurezza in un gigantesco contenitore di interventi accessori.

La domanda che attraversa tutta la vicenda è tanto semplice quanto scomoda: a cosa serve un finanziamento per salvare una Riserva se non si interviene sulle minacce che rischiano di cancellarla?

Secondo le accuse, mosse dalle associazioni LIPU e Comitato Parchi, guidate rispettivamente da Carmelo Iapichino e Giuseppe Ansaldi, invece di affrontare l’emergenza ambientale più evidente – la difesa dell’argine costiero e il ripristino delle condizioni idrauliche necessarie alla sopravvivenza dell’area – il progetto avrebbe scelto una strada diversa: frammentare le risorse in una miriade di attività, rimandando proprio quelle opere che il territorio attende da anni.

Il disastro nasce da una precisa colpa originaria dell’Ente gestore: l’assoluta incapacità iniziale di produrre un Progetto di Fattibilità Tecnico-Economica (PFTE) adeguato ai parametri del nuovo Codice degli Appalti. Così, pur di non farsi sfuggire i 5,5 milioni di euro dei fondi europei FESR 2021-2027, il Libero Consorzio di Siracusa, guidato dal presidente Michelangelo Giansiracusa, ha operato una trasformazione tanto radicale quanto grottesca.

A confermare questa lettura, viene citata la Relazione di dettaglio del maggio 2026, documento che secondo gli ambientalisti sarebbe rimasto finora poco conosciuto e che evidenzierebbe una trasformazione radicale della distribuzione delle risorse: soltanto il 18,50% del budget sarebbe destinato ai lavori materiali, pari a circa 719 mila euro, mentre l’81,50%, equivalente a 3 milioni e 168 mila euro, sarebbe concentrato nella voce “Forniture di beni e servizi”.

Una ripartizione che, per le associazioni ambientaliste, rappresenterebbe il punto critico dell’intero intervento: «Le opere indispensabili per la sopravvivenza della Riserva sono state sacrificate a favore di una lunga serie di attività accessorie», sostengono gli ambientalisti.

Il nodo delle risorse: studi, servizi e forniture al posto delle opere

Tra le voci contestate dagli ambientalisti spiccano i 748 mila euro destinati ad accordi universitari per la «gestione delle specie ittiche in via di estinzione». Una spesa giudicata sproporzionata rispetto alle caratteristiche del sito: secondo Comitato Parchi e LIPU, nella Riserva non sarebbe presente alcuna specie ittica classificabile come in via di estinzione.

A questa cifra si aggiungerebbero altri 135 mila euro per la realizzazione di un’avannotteria, intervento ritenuto dalle associazioni marginale e privo di una giustificazione scientifica coerente con le finalità principali della Riserva.

Quasi mezzo milione di euro sarebbe invece destinato a iniziative divulgative: kit didattici, attività informative, musei del sale e del papiro, oltre ai cosiddetti percorsi sensoriali. Un insieme di interventi che, nella lettura critica degli ambientalisti, rischierebbe di assumere un ruolo prevalente rispetto alle emergenze ambientali concrete.

Contestati anche i 194 mila euro previsti per banche dati in cloud e attività di citizen science, definite «di dubbia utilità pratica», mentre i 719 mila euro destinati ai lavori veri e propri non comprenderebbero, secondo la denuncia, alcun intervento di protezione della costa attraverso il posizionamento di massi o altre opere strutturali.

La quota dei lavori sarebbe invece concentrata su interventi di manutenzione e valorizzazione: pulizia dei sentieri, installazione di telecamere per 138.200 euro e allestimenti degli spazi interni dei musei per 295.300 euro. Resta inoltre, secondo le associazioni, il dubbio sulla futura collocazione degli allestimenti, considerata l’incertezza sugli immobili effettivamente disponibili: dalle strutture abbandonate delle saline all’ex impianto di sollevamento, indicato in passato come possibile sede di un centro di accoglienza con aule didattiche e servizi per i visitatori.

La contestazione più dura: «Incarichi da 276 mila euro»

Il passaggio più controverso riguarda però le voci A1.7 e A1.8 del quadro economico, dove il Libero Consorzio avrebbe previsto 276 mila euro per incarichi professionali finalizzati alla progettazione delle opere di difesa costiera e del ripristino degli argini.

Secondo quanto riportato dalle associazioni, una nota ufficiale dell’ente chiarirebbe che tali studi serviranno in futuro per partecipare ad altri bandi e intercettare nuovi finanziamenti.

Una circostanza che per Ansaldi e Iapichino rappresenterebbe una contraddizione evidente: «Si certifica oggi – affermano – che un finanziamento da 5,5 milioni di euro non fermerà nemmeno un centimetro dell’avanzata del mare».

Una denuncia che assume toni ancora più allarmanti alla luce delle proiezioni climatiche citate dalle associazioni, secondo cui entro il 2100 l’innalzamento del livello del mare potrebbe interessare pesantemente l’area, con l’acqua destinata a penetrare fino a un chilometro nell’entroterra, coinvolgendo le Saline, il tratto terminale dei fiumi Anapo e Ciane e persino la strada statale 115.

Cure palliative somministrate al malato terminale

La conclusione degli ambientalisti è durissima: il progetto avrebbe perso di vista la missione principale della Riserva, trasformando un finanziamento straordinario in una somma frammentata tra micro-appalti, consulenze, attività accademiche e interventi di valorizzazione.

«È come curare un malato terminale prescrivendogli un percorso sensoriale e museale», accusano Ansaldi e Iapichino, sostenendo che il territorio rischierebbe di non ricevere alcun beneficio strutturale nonostante oltre cinque milioni di euro investiti.

Dopo 42 anni dall’istituzione della Riserva, resterebbe dunque irrisolto il problema principale: la difesa fisica di un ecosistema fragile e sempre più esposto ai cambiamenti climatici.

A chiudere l’attacco c’è anche la contestazione sul ruolo del tavolo tecnico istituito dalle istituzioni. Secondo Comitato Parchi e LIPU, affermare che «sono state recepite tutte le osservazioni delle associazioni e dei partecipanti» sarebbe una ricostruzione priva di riscontro nella realtà dei fatti.

Per gli ambientalisti, il progetto finale avrebbe infatti seguito una direzione opposta rispetto alle richieste avanzate: non la messa in sicurezza dell’area, ma una strategia orientata soprattutto a non perdere il finanziamento. Con il rischio di spendere milioni senza lasciare sul territorio l’unica cosa che davvero serviva: opere capaci di salvare la Riserva.

L’articolo Siracusa. Il bancomat del Libero Consorzio, tra incarichi d’oro e consulenze: milioni in fumo mentre la Riserva affonda proviene da Libertà Sicilia.

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