Cronaca Agrigento 6 min

Siracusa. Macerie e degrado, scempio a Capo Murro di Porco: storico Faro trasformato in discarica, tra fallimenti e sprechi

10 Agosto 2026

C’è qualcosa di profondamente paradossale nella sorte del Faro di Capo Murro di Porco. Un luogo nato per indicare la rotta alle navi e diventato, nel tempo, uno dei simboli più riconoscibili della costa siracusana rischia oggi di diventare il monumento all’incapacità di amministrare e tutelare il patrimonio pubblico.

A denunciare quello che definisce un vero e proprio fallimento nella gestione dell’area è Giuseppe Ansaldi, presidente del Comitato Parchi. Il suo atto d’accusa parte da una constatazione tanto semplice quanto difficile da ignorare: là dove avrebbe dovuto sorgere un progetto di recupero e valorizzazione, oggi, secondo la denuncia, restano degrado, materiali abbandonati, recinzioni divelte e un cantiere ormai fermo.

Il faro, edificato nel 1859 e formalmente classificato come mezzo di segnalamento nel 1867, domina l’estremità della Penisola della Maddalena. La sua torre decagonale bianca, alta venti metri, si affaccia su un paesaggio di falesie e mare che costituisce uno dei tratti più spettacolari e identitari del territorio siracusano.

Un patrimonio ambientale e paesaggistico che, proprio per la sua delicatezza, avrebbe richiesto una gestione particolarmente rigorosa. Ed è qui che, secondo Ansaldi, comincia il paradosso.

Dal progetto di valorizzazione al vicolo cieco

La vicenda è legata al progetto “Valore Paese – Fari”, l’iniziativa attraverso cui lo Stato aveva previsto l’affidamento di alcuni fari a soggetti privati con l’obiettivo di recuperarli e trasformarli in strutture capaci di generare valore economico e turistico.

Nel caso di Capo Murro di Porco, però, quello che sulla carta avrebbe dovuto essere un intervento di recupero si sarebbe trasformato, sostiene il presidente del Comitato Parchi, in una lunga sequenza di problemi amministrativi e contenziosi.

Il progetto per la trasformazione del faro in resort è finito infatti al centro di una vicenda complessa, nella quale, secondo la ricostruzione fornita da Ansaldi, i permessi edilizi sarebbero stati successivamente annullati. Il risultato, oggi, sarebbe sotto gli occhi di chiunque raggiunga il promontorio: un intervento incompiuto, un’area deteriorata e nessuna prospettiva immediata di restituzione del sito alla sua piena fruizione.

Ma c’è un altro elemento che il Comitato Parchi considera particolarmente grave: i soldi pubblici, si parla di 147 mila euro destinati dallo Stato a interventi di messa in sicurezza del bene. Una spesa che assume i contorni dell’ennesimo paradosso: risorse pubbliche investite su un bene inserito in un contesto di particolare pregio ambientale mentre, contemporaneamente, la vicenda legata alla valorizzazione privata sarebbe precipitata nello stallo.

Il punto non è soltanto quanto è stato speso. Il punto, nella denuncia, è ciò che quella spesa avrebbe prodotto: non un faro restituito alla comunità, ma un’area che continua a presentare criticità.

Il cantiere fermo e le macerie

È sul terreno che la polemica diventa più aspra. Secondo Ansaldi, i lavori di ristrutturazione sarebbero rimasti incompiuti e i materiali derivanti dagli interventi non sarebbero stati correttamente rimossi. Calcinacci, materiali inerti e scarti di lavorazione, sostiene il presidente del Comitato Parchi, sarebbero stati lasciati lungo i camminamenti intorno al faro.

Una situazione che Ansaldi definisce senza mezzi termini una “discarica abusiva a chilometro zero”. Un’espressione volutamente provocatoria, che fotografa però la gravità della denuncia: un luogo sottoposto a tutela ambientale che, invece di essere valorizzato, sarebbe stato trasformato – secondo il Comitato – in un deposito di materiali e residui di lavorazione.

La questione ambientale si intreccia così con quella della sicurezza. La zona, secondo quanto riferito, sarebbe stata delimitata con una recinzione metallica installata per impedire l’accesso in ragione del rischio di crolli. Ma quella barriera, oggi, sarebbe in larga parte divelta e incapace di svolgere la propria funzione.

Il risultato è il peggiore possibile: un’area che dovrebbe essere interdetta e protetta, ma che continuerebbe a essere facilmente raggiungibile.

Visitatori tra i pericoli

Il paradosso è che il fascino del luogo non è venuto meno. Cittadini, turisti e visitatori continuano a raggiungere il promontorio attratti dalla posizione spettacolare del faro e dal paesaggio circostante. Solo che, denuncia il Comitato Parchi, chi arriva a Capo Murro di Porco non trova più soltanto la bellezza delle scogliere e del mare.

Trova anche macerie, vecchi infissi, materiali di cantiere e una recinzione abbattuta. È una contraddizione difficile da spiegare: un bene considerato strategico per il patrimonio paesaggistico siciliano che resta accessibile, ma in condizioni che, secondo la denuncia, potrebbero esporre i visitatori a rischi per la loro incolumità.

E mentre il paesaggio continua a fare il suo mestiere – attirare persone, offrire scorci straordinari, raccontare la storia del territorio – la macchina amministrativa sembra essersi fermata.

Il conto di un fallimento

La denuncia di Ansaldi non si limita al degrado materiale. Il vero bersaglio è il sistema di gestione che, a suo giudizio, avrebbe consentito che una vicenda nata sotto il segno della valorizzazione finisse impantanata tra autorizzazioni, contenziosi, lavori interrotti e competenze amministrative.

Da una parte ci sono le risorse pubbliche destinate alla sicurezza. Dall’altra un progetto privato rimasto bloccato. In mezzo, un bene ambientale e paesaggistico che continua ad aspettare una soluzione.

Una fotografia che il presidente del Comitato Parchi utilizza per rivolgere un’accusa molto più ampia alla politica e alle amministrazioni responsabili della gestione del territorio.

Ansaldi parla di una amministrazione “approssimativa, irrispettosa e fallimentare” e arriva a definire la vicenda una metafora dell’incapacità di proteggere il territorio, gestire un cantiere e vigilare efficacemente.

Parole durissime, che trasformano il caso del faro in qualcosa di più di una semplice controversia amministrativa. Diventa il simbolo, nella lettura del Comitato Parchi, di una concezione del patrimonio pubblico incapace di scegliere tra tutela, valorizzazione e interesse collettivo.

«Il faro deve tornare ai cittadini»

A questo punto, il Comitato Parchi chiede di cambiare radicalmente rotta. Le richieste messe sul tavolo sono tre: la risoluzione immediata dei contratti in essere per presunta inadempienza, la bonifica urgente dell’area dai rifiuti e dai materiali abbandonati e la restituzione del Faro di Capo Murro di Porco alla fruizione pubblica.

Non è soltanto una richiesta di pulizia. È la rivendicazione di una diversa idea di patrimonio. Un faro non è semplicemente un edificio da trasformare in struttura ricettiva; è parte di un paesaggio, della storia e dell’identità di una comunità. E quando quel bene si trova all’interno di un contesto di elevato pregio naturalistico, ogni intervento dovrebbe essere subordinato a una domanda elementare: quale beneficio produrrà per il territorio?

Capo Murro di Porco, oggi, sembra offrire una risposta amara. Dove si immaginava un modello di recupero e valorizzazione, restano – secondo la denuncia del Comitato Parchi – un cantiere incompiuto, materiali abbandonati e una gestione amministrativa ancora senza una soluzione definitiva.

Il faro continua a stare in piedi, bianco e riconoscibile, affacciato sul mare. Ma attorno a quella torre il paesaggio racconta un’altra storia: quella di una promessa di rinascita rimasta sospesa, tradita.

E forse è proprio questo il dettaglio più difficile da accettare. Perché il degrado di Capo Murro di Porco non è nascosto in qualche periferia dimenticata. È lì, davanti al mare, sotto gli occhi dei visitatori e nel cuore di uno dei paesaggi più preziosi della Sicilia sud-orientale.

Un faro dovrebbe indicare una direzione. Quello di Capo Murro di Porco, oggi, rischia di diventare il simbolo di una rotta smarrita.

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