Cronaca Agrigento 7 min

Siracusa. Eredità sacra, la voce della famiglia Gargallo scuote l’INDA: «Il Teatro Greco è un rito da custodire»

12 Agosto 2026

Ci sono luoghi che non si limitano a ospitare una storia: la custodiscono. Il Teatro Greco di Siracusa è uno di questi. E proprio per questo, ogni volta che si alza il sipario sulle Rappresentazioni Classiche, la domanda non è soltanto come raccontare gli antichi ai contemporanei, ma quale idea di teatro, di memoria e di futuro vogliamo consegnare a chi verrà dopo di noi.

È da questa domanda, più che da una polemica, che nasce il confronto aperto dal nostro editoriale del 3 agosto, «Teatro Greco: Gargallo tradito». Un confronto che ha suscitato reazioni forti, come era prevedibile, ma che oggi trova una voce capace di spostare il discorso su un piano più profondo.

È la voce di Emanuela Gargallo di Castel Lentini, pronipote di Mario Tommaso Gargallo, il fondatore dell’INDA. La sua non è una missiva di rottura. È, semmai, una richiesta di ricomposizione. Non mette sotto accusa i numeri, né il lavoro di chi oggi guida l’Istituto: li riconosce, anzi, con parole generose. Ma ricorda che esiste qualcosa che i numeri non possono misurare e che nessun bilancio può custodire al posto nostro: il significato profondo del Teatro Greco e delle Rappresentazioni Classiche.

È una riflessione che, peraltro, si inserisce nella storia stessa che intreccia questo Giornale e l’INDA. Non è la prima volta che Libertà Sicilia sceglie di porre domande scomode sul governo dell’Istituto. Nell’inverno del 2016 furono proprio le nostre inchieste – «Pagliaro al Metastasio aspettando il CGA dell’INDA» e «Quell’insanabile governo dell’INDA» – ad accendere i riflettori su quello che allora appariva come un evidente conflitto di interessi ai vertici dell’Ente. Quelle denunce arrivarono fino al Ministero, allora guidato da Dario Franceschini, e contribuirono al commissariamento dell’Istituto e alla successiva riscrittura dello statuto, ancora oggi in vigore.

Non per vocazione al protagonismo, allora come oggi, ma per una ragione più semplice: quando un patrimonio appartiene a una città intera, fare domande sul modo in cui viene custodito non è interferire con la sua storia. È prendersene cura.

Ed è proprio qui che la voce della famiglia Gargallo si fa netta: Siracusa non ha soltanto uno spettacolo da offrire al pubblico. Ha un rito da custodire.

Di seguito pubblichiamo integralmente la lettera, con la convinzione che il confronto – quando è serio, onesto e scevro da propaganda – non indebolisca un’eredità, ma contribuisca a tutelarla. Perché quella del Teatro Greco e delle Rappresentazioni Classiche non è un’eredità privata: appartiene a Siracusa intera, prima ancora che a chi oggi ha il compito di dirigerla.

La lettera della pronipote del fondatore dell’INDA

“Domenica 2 agosto il Corriere della Sera ha dedicato una pagina intera a Marina Valensise, consigliera delegata dell’Istituto Nazionale del Dramma Antico. Un’intervista ampia, personale, in cui la Dott. Marina Valensise ha raccontato una stagione di numeri importanti e ha rivendicato, con parole che condividiamo senza riserve, l’attualità perenne della tragedia greca. «Il dramma antico parla di attualità», ha detto. Guerra, macerie, dolore: allora come oggi. È esattamente così. E chi ama il Teatro Greco di Siracusa non può che esserle grato di averlo detto dalle colonne del primo quotidiano italiano.

Due giorni dopo, su queste pagine di Libertà Sicilia, un editoriale ha aperto una riflessione sull’eredità del March. Mario Tommaso Gargallo, il siracusano che nel 1914 fondò l’INDA con un’idea semplice e grandiosa: riportare le tragedie in scena nel luogo stesso in cui erano nate, con rigore filologico, restando lui nell’ombra rispetto al testo che voleva servire. Avevamo promesso di tornare sull’argomento. Lo facciamo oggi, ma – lo diciamo subito – non per alimentare una polemica. Al contrario: per superarla.

Non intendiamo infatti criticare la gestione dell’Istituto, né discutere i suoi risultati. Oltre duecentomila spettatori in otto settimane sono un patrimonio, non un capo d’accusa: dietro quei numeri ci sono famiglie, ragazzi, viaggiatori venuti da lontano, e c’è il lavoro di maestranze, interpreti e direttori artistici che meritano rispetto. Criticare, oggi, significherebbe ridurre a questione di persone ciò che è invece una questione di significato. E il significato è più grande di tutti noi.

È bene, è un bene per tutti, che il pubblico arrivi numeroso. Ma dobbiamo essere convinti, noi per primi, di una cosa: questi spettacoli possono farsi qui e solo qui. Se hanno successo, è perché qui c’è qualcosa di diverso, che non si misura in numeri né in profitto. Altri teatri possono contare più biglietti, altri festival possono vantare cartelloni più ricchi: nessuno può offrire ciò che offre la pietra del Temenite, dove le parole tornano a risuonare nell’aria in cui furono pensate. Il genius loci, qui, è diverso. È questa convinzione – non l’incasso, non il record – il vero capitale dell’Istituto, e chi lo amministra, amministra prima di tutto questo.

La questione è questa, e la poniamo con serenità: il dramma antico non ha bisogno di essere modificato per essere capito da tutti. Non ne ha bisogno oggi, come non ne aveva bisogno venticinque secoli fa. Nell’Atene del V secolo la tragedia non era un genere per iniziati: era la festa dell’intera città. Alle Grandi Dionisie sedevano fianco a fianco il magistrato e l’artigiano, il contadino e il marinaio. Già allora, la tragedia era una versione per tutti. Eschilo non semplificava i Persiani per farsi capire dal popolo: era il popolo ad alzarsi verso Eschilo, dentro un rito che tutti comprendevano perché tutti vi partecipavano. La grandezza del teatro greco sta proprio qui: nell’essere insieme altissimo e popolare, senza che l’uno escluda l’altro.

Da nipote del fondatore, ricordo una verità che vale la pena meditare: non c’è liturgia che non sia iterativa, perché è proprio questa ripetizione a darne il significato profondo, eppure la liturgia non annoia mai, perché è riattualizzata di continuo dal mutare del suo avversario, che è il tempo. È il pensiero di Mircea Eliade sull’eterno ritorno, ed è la chiave di tutto. La tragedia greca non invecchia non perché la si aggiorni, ma perché è il tempo intorno a lei a cambiare, mentre lei resta ferma a interrogarlo. Antigone non ha bisogno di indossare i nostri abiti per parlare delle nostre guerre: sono le nostre guerre, semmai, a doversi specchiare in Antigone. Il testo, lasciato alla sua aria intemporale, è già più attuale di qualunque attualizzazione.

Questa era l’intuizione di Mario Tommaso Gargallo di Castel Lentini, tramandata nella nostra famiglia di generazione in generazione: l’Istituto come custode della perpetuazione, non della reinvenzione. Non per passatismo, accusa facile e ingiusta verso chi chiede rispetto per la tradizione, ma per fiducia: la fiducia che il pubblico, educato da centodieci anni di Rappresentazioni Classiche, sappia salire fino al testo, come il pubblico ateniese saliva alla cavea. Chi riempie oggi il Teatro Greco è, in larga parte, l’eredità di quel patto.

C’è poi una notizia che ci rallegra, e che vogliamo accogliere nello spirito giusto. Si legge di grandi attori del teatro americano e inglese che desidererebbero cimentarsi a Siracusa. Perché no, diciamo noi. Anzi: è il segno che il Teatro Greco parla al mondo, come ha sempre fatto. Ma proprio perché li stimiamo, sentiamo di poter dire loro, con amicizia, ciò che ogni ospite di riguardo merita di sapere prima di varcare una soglia antica: qui non si viene a portare il proprio nome, si viene a deporlo. A Siracusa, sulla scena dove le tragedie sono nate, il primo attore è il testo, e il vero protagonista è il rito che unisce chi recita e chi ascolta. I grandi interpreti che sapranno calarsi in questo spirito – e i grandi, di solito, sono i primi a capirlo – troveranno qui qualcosa che nessun palcoscenico del mondo può offrire: non l’ennesima consacrazione, ma un’esperienza che li supera e li accoglie insieme.

Noi siamo a favore del mondo dello spettacolo che sempre più dimostra avere la forza se lo volesse, di poter dare l’ esempio. Ne riconosciamo il valore, i mestieri, la fatica. Vogliamo solo dire che a Siracusa non si tratta soltanto di spettacolo. Qui, ogni estate, una comunità intera – e con lei chi arriva da ogni parte del mondo – partecipa e assiste a un rito. Un rito che si è costruito a fatica nei secoli, perfezionato attraverso generazioni, e che si concretizza per grazia, non per sforzo di volontà di uno o più uomini. A chi vuole unirsi – registi, attori, produttori, spettatori – diciamo semplicemente: volete farlo con noi? Siete i benvenuti. Ma di questo si tratta, e non di altro.

La Consigliera Marina Valensise ha ragione: il dramma antico è sempre contemporaneo. Aggiungiamo soltanto che lo è di suo, per natura, e che il compito più alto e più umile di chi lo serve è lasciarlo parlare. Siracusa non chiede che il teatro antico venga avvicinato a noi: chiede, a tutti e con tutti, di avvicinarci noi a lui. È un invito, non una barricata. Ed è, crediamo, il modo migliore di onorare insieme il pensiero di Mario Tommaso Gargallo di Castel Lentini e i grandi autori che egli volle servire con il pubblico che da centodieci anni sale ogni sera la collina del Temenite per sedersi sulla pietra e ascoltare”.

Emanuela Gargallo di Castel Lentini

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