Perché il Catania, nonostante gli investimenti e le ambizioni, non è ancora riuscito a vincere il campionato di Serie C? È la domanda dalla quale parte Ivan Alfonso, match analyst catanese ed ex rossazzurro, che attraverso i propri canali social ha provato ad analizzare uno dei temi più discussi delle ultime stagioni.
Alfonso lo fa partendo dalla propria esperienza professionale e, soprattutto, dal confronto con la Ternana dei record, con cui ha conquistato il campionato di Serie C nel girone C. Un paragone che porta a individuare una delle possibili differenze nella gestione dei due progetti: la continuità.
«A Catania ogni anno sembra un anno zero»
Secondo Alfonso, il problema non sarebbe riconducibile principalmente alla volontà della società di investire, quanto piuttosto alla difficoltà di dare continuità al lavoro.
«La società ha speso tanti soldi già dal primo anno per far sì che il popolo rossazzurro fosse contento della propria squadra», sottolinea il match analyst. Ma proprio confrontando Catania e Ternana emerge, a suo giudizio, una differenza sostanziale. «Una delle differenze che ho notato a Terni rispetto ad un Catania che prova sempre a rivoluzionare la rosa, è che lì non vennero cambiati tanti giocatori».
Da qui la sua riflessione più ampia: «La sensazione che ho avuto sia quando ero dentro al Catania che da osservatore esterno, è che ogni anno sia un anno zero». Una condizione che rende più complicato costruire qualcosa nel medio periodo. Ogni volta che cambia profondamente la rosa, infatti, l’allenatore deve ripartire dalle fondamenta, costruendo nuovamente conoscenze, gerarchie e meccanismi.
Il tema dell’appartenenza
Un altro aspetto sul quale il match analyst si sofferma è quello dello spirito di appartenenza, spesso invocato quando si parla del Catania. «Molte volte sento parlare di spirito di appartenenza, ma come faccio ad averlo se sono appena arrivato? Come faccio a percepire quello che può essere il Catania per un catanese?».
Una riflessione che nasce anche dalla conoscenza diretta dell’ambiente: «Io conosco persone che faticano persino a dormire e mangiare dopo una sconfitta del Catania». La differenza, dunque, sarebbe anche nella capacità di creare nel tempo un gruppo di giocatori che comprenda realmente il contesto nel quale si trova e che possa diventare punto di riferimento per i nuovi arrivati.
Il precedente con Toscano
Alfonso richiama poi un esempio recente che, nella sua analisi, assume un valore particolare: Domenico Toscano. «L’unico anno in cui non si è smontato qualcosa a Catania è stato con Domenico Toscano alla seconda stagione sulla panchina rossazzurra», ricorda. Quell’annata, secondo il match analyst, offrì un’indicazione interessante: «La squadra era in testa nelle prime giornate. Non credo sia stato un caso».
Successivamente, tra dicembre e gennaio, qualcosa iniziò a rompersi all’interno dell’ambiente e del gruppo. Per Alfonso si tratta comunque di «segnali importanti», perché mostrano quanto la continuità possa incidere sulla costruzione di una squadra competitiva.
Ferraro, Tabbiani e una nuova ripartenza
Un altro esempio arriva dalla stagione successiva alla promozione in Serie C. Alfonso ricorda il gruppo che aveva conquistato la D con Giovanni Ferraro e il successivo cambio di guida tecnica con Luca Tabbiani. «Quando vinsi con mister Ferraro il campionato di Serie D, l’anno successivo arrivò Tabbiani in panchina, allenatore con altre idee di gioco e di calciatori».
La conseguenza fu un’altra profonda trasformazione dell’organico. Arrivarono giocatori di grande esperienza come Chiricò e Di Carmine, mentre venne modificata l’ossatura della squadra precedente, nella quale erano presenti elementi come Rapisarda, Rizzo e Sarao. Secondo Alfonso, questo processo può incidere anche sulle dinamiche interne: «Chi c’era prima aveva la percezione di non essere più protagonista del progetto e si fa più fatica».
La leadership non si costruisce in pochi giorni
Entra in gioco un altro elemento fondamentale nella sua analisi: la leadership. Alfonso porta ancora una volta l’esempio della Ternana, dove alcuni giocatori avevano un ruolo riconosciuto all’interno dello spogliatoio anche al di là del minutaggio. «A Terni avevamo calciatori che facevano percepire chiaramente la loro leadership», spiega, citando in particolare Mammarella: «Era pronto ad intervenire nelle dinamiche di spogliatoio anche quando non giocava».
Una leadership che, secondo Alfonso, può maturare soprattutto con il tempo e con la permanenza nello stesso ambiente. Da qui un altro riferimento all’attuale Catania e ad una rosa ricostruita profondamente durante l’estate: «Massimo Coda, allora, fa fatica ad imporre il suo modo di giocare quando è uno su altri 25 che sono nuovi».
Il concetto è quello della rivoluzione continua della rosa, che può impedire ai giocatori di diventare veri punti di riferimento e rendere più complicata la nascita di un’identità collettiva.
Il modello Ternana
Nella parte finale della sua analisi, Alfonso si concentra sulla struttura societaria della Ternana che conquistò il campionato. A suo giudizio, uno degli elementi decisivi era rappresentato da «un organigramma ben definito con poche figure che intervenivano in maniera specifica per ogni singola situazione».
Il presidente Stefano Bandecchi, racconta, aveva una presenza molto particolare: «Sostanzialmente lo vedevamo solo durante le partite o in momenti topici della stagione». Quando interveniva, però, riusciva a trasmettere determinazione.
Il vicepresidente Tagliavento aveva invece un ruolo maggiormente legato all’organizzazione, mentre il team manager rappresentava un riferimento per le esigenze quotidiane dello staff. Il direttore sportivo Leone, inoltre, era una presenza costante sul campo e nello spogliatoio. Un sistema nel quale, secondo Alfonso, ogni componente aveva un compito preciso e contribuiva a creare le condizioni migliori per squadra e staff.
Continuità, identità e organizzazione
La riflessione di Alfonso non vuole evidentemente negare gli investimenti effettuati dal Catania né mettere in discussione le ambizioni del club. La sua esperienza alla Ternana suggerisce una strada differente, basata sulla continuità dell’organico, sulla presenza di leader riconosciuti, su una struttura societaria ben definita e sulla possibilità di lavorare nel tempo.
Il Catania vive una realtà particolare e una pressione diversa. Ma quanto tempo serve per costruire una squadra competitiva quando ogni estate si decide di ripartire da zero o quasi? Una domanda alla quale il campo dovrà continuare a dare una risposta.
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L’articolo Dal Catania alla Ternana dei record: Alfonso svela le differenze tra i due progetti proviene da Tutto Calcio Catania.