Cronaca Caltanissetta 5 min

Niscemi, gazebo e sit in davanti l’ospedale. Il Pd: «Fermare taglio reparti e posti letto»

18 Ottobre 2026

Reparti chiusi, mancanza di medici, una sanità pubblica mutila che costringe i cittadini a recarsi presso i nosocomi dei paesi viciniori e, sempre più spesso, a rivolgersi a strutture private del territorio.

Un ospedale, il «Suor Cecilia Basarocco» di Niscemi, praticamente al collasso, denunciano i dem attraverso l’organizzazione di un sit-in, sabato scorso, di fronte l’ospedale. L’ennesimo, spiegano gli stessi dem, che si aggiunge ad altri quattro nel corso degli ultimi due anni.
«Chiusi i reparti di medicina e di chirurgia- dichiara Carlo Pisa, segretario del circolo del Pd locale- e delle quattordici branche specialistiche di cui il «Basarocco» poteva fregiarsi ne rimangono pochissime: non c’è un diabetologo, non c’è un ortopedico, tanto per fare un esempio». Una situazione drammatica accompagnata dalla carenza di personale medico. «Mancano i medici in tutta Italia-continua Pisa- però, guarda caso, i reparti che si chiudono sono quelli di Niscemi. In provincia di Caltanissetta nessun altro reparto è stato chiuso, dunque c’è sicuramente una gestione non oculata dell’ospedale di Niscemi». Con scetticismo guarda inoltre Pisa alla possibilità, che sarebbe stata annunciata dalla deputazione regionale e dagli organismi direttivi sanitari, di colmare queste mancanze con dei gettonisti. «I gettonisti hanno un costo spropositato, ci costano circa milleduecento euro a turno, è un enorme spreco di risorse pubbliche. Si deve invece rendere la sanità pubblica in qualche modo appetibile affinché i medici ritrovino il piacere di lavorarvi, piecere che può nascere dal premiare il merito. Guardiamo con positività- continua Pisa- alla convenzione con l’Università e gli specializzandi, ma le società che forniscono i gettonisti hanno un costo inaccettabile e non so fino a che punto possa garantire l’efficienza del servizio. Sicuramente, però, garantisce le clientele da parte della politica regionale e di chi gestisce la sanità».
Un sistema, denuncia il segretario dei Dem, che foraggerebbe la sanità privata. «Chi ha i soldi si cura in strutture private, perché le liste d’attesa sono spropositate rispetto alle esigenze della popolazione. Viene a mancare quel presidio di equità sociale per cui tutti devono essere curati allo stesso modo a prescindere dal censo, dal reddito e dal Cap. La Sicilia, ad esempio, paga alle altre regioni circa trecento milioni di euro all’anno, perché i siciliani vanno a curarsi in altre regioni. Se questi soldi venissero spesi in sanità pubblica ne trarrebbero beneficio non solo la regione Sicilia, ma tutti i cittadini». Una presa di posizione, spiega Pisa, che non scaturisce da un pregiudizio nei confronti della sanità privata. «Il privato deve svolgere quei servizi che la sanità pubblica non riesce a dare, deve avere una funzione vicariante. Invece, nella maggioranza dei casi succede che il privato fa prestazioni che sono altamente remunerative, con l’aggravante di non disporre di strutture per la gestione delle emergenze, come reparti di terapia intensiva o rianimazione. Per tale motivo, se qualcosa va male il paziente viene poi curato dalla sanità pubblica».
«La cosa più grave- sostiene il noto chirurgo e senologo, Giuseppe Di Martino- è che chi ha i soldi va dal privato a pagare la visita e le prestazioni, ma chi non ha i soldi addirittura ha deciso di non curarsi. Se non si fa prevenzione tra un paio d’anni ci troveremo pazienti con tumori avanzati che dovremo curare con farmaci che oggi hanno costi esorbitanti. Dobbiamo metterci in testa che per la sanità è fondamentale trovare i fondi. Si possono trovare in tanti modi, senza contare che si potrebbero diminuire quelli per gli armamenti e pensare piuttosto alla salute dei cittadini. Se si fa prevenzione, secondo alcune proiezioni, nel 2050 avremo cinque punti in più nel PIL e un’aspettativa di vita più lunga di dodici anni».
«Le cause per cui i medici fuggono dalla struttura pubblica sono diverse – continua Di Martino – il problema principale è che non c’è dialogo tra chi dirige le Asp, e non parlo della nostra ma più in generale, e i suoi medici. I dirigenti sembrano rispondere più ai politici di turno che ai propri medici. A questo proposito è in formazione una legge che prevede di sganciare dalla politica il direttore generale che sarà eletto da una commissione di cui faranno parte anche i cittadini». Ferma la sua opposizione all’eventuale ricorso ai cosiddetti «medici a gettoni». «Il gettonista viene, fa la prestazione e se ne va, non avendo nessuna continuità con il paziente. Noi dobbiamo costruire una sanità migliore, dove il paziente venga trattato da persona umana e non come numero o come soggetto malattia. Io personalmente ho lavorato per questo nella mia vita. Siamo qui perché vogliamo garantire uno dei sistemi nazionali migliori al mondo che si sta piano piano svuotando».

Il collasso della sanità pubblica comporta, sostengono infine i dem, delle conseguenze negative che coinvolgono e si riversano sul tessuto sociale nella sua totalità. La disoccupazione giovanile, le fughe all’estero ne rappresentano una delle conseguenze. A rilevare tale legame è Martina Pisa, vicesegretaria regionale dei «Giovani democratici» siciliani.

«La classe dirigente politica in generale e la generazione passata hanno il dovere di garantire ai giovani la possibilità di rimanere qui e costruire un proprio futuro con la consapevolezza che se un domani accadesse qualcosa avrebbero la possibilità di curarsi e curare i propri figli. Questo non accade perché c’è una rete sociale che prescinde dal diritto alla sanità e che include fondamentalmente la fedeltà dei lavoratori all’interno di strutture pubbliche sanitarie verso il politico di turno. Il governo Meloni- conclude- ha tagliato molti fondi alla sanità, si configura una vera e propria emergenza sociale. Se i giovani hanno cento motivi per andarsene con questo sono centouno».

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