Pubblichiamo da oggi una serie di 5 editoriali a puntate (una vera e propria inchiesta a tappe) che permette di martellare sui punti deboli della gestione Aretusacque/Acea senza dare tregua, approfondendo ogni volta un aspetto diverso e mantenendo alta l’attenzione dell’opinione pubblica.
Il 19 dicembre 2025 è una data destinata a rimanere scolpita nella cronaca dei servizi pubblici siracusani come lo spartiacque tra un passato di cronica precarietà e un futuro che ambiva all’eccellenza industriale. Con la firma della convenzione tra il presidente del consiglio di gestione di Aretusacque, Roberto Cocozza, e la commissaria dell’ATI, Rosaria Barresi, si è aperto ufficialmente un capitolo trentennale che vede il colosso Acea — leader nazionale indiscusso del settore idrico — assumere la responsabilità della gestione integrata in un territorio complesso, assetato e martoriato da decenni di incuria infrastrutturale.
Sulla carta, l’operazione si presenta imponente e ambiziosa: 366 milioni di euro di investimenti previsti lungo l’arco della concessione, con l’obiettivo titanico di modernizzare 2.000 km di rete idrica e 1.300 km di rete fognaria. Un piano d’urto che dovrebbe servire circa 390 mila abitanti, portando finalmente standard europei a 166 mila utenze. Tuttavia, a mesi di distanza da quelle strette di mano istituzionali, l’entusiasmo dei comunicati stampa inizia a scontrarsi con una realtà territoriale che attende segnali tangibili. L’opinione pubblica, oggi, si ritrova con l’acqua alla gola, posta di fronte a interrogativi che meritano risposte chiare, trasparenti e, soprattutto, sollecite.
La sfida dell’efficienza: oltre la retorica dell’insediamento
In sede di insediamento, i vertici di Aretusacque hanno parlato di una “sfida importante” fondata su tre pilastri programmatici: concretezza, trasparenza e risultati misurabili. Il know-how di Acea, maturato nella gestione di sistemi metropolitani complessi e in contesti internazionali, doveva rappresentare il grimaldello tecnologico capace di scardinare le inefficienze storiche della nostra provincia. È proprio su questo terreno — quello dell’impatto reale sulla vita quotidiana e sulla qualità del servizio — che si gioca oggi la reputazione della società mista e la credibilità dei suoi partner industriali.
Se da un lato il socio privato porta in dote competenze industriali e capacità finanziarie indiscutibili, dall’altro il sentiment dei cittadini racconta una cronaca differente. Si percepisce una crescente fatica nel trovare un’interfaccia umana e accessibile. Il passaggio dalla gestione frammentata locale a quella del grande gruppo industriale ha innalzato barriere digitali e call center standardizzati, rendendo spesso l’utente un semplice “numero di contratto” all’interno di un sistema che sembra correre molto più velocemente nell’emissione dei ruoli tariffari che nell’apertura dei cantieri di ammodernamento.
Il ‘Groviglio’ tecnico e il peso sociale della bolletta
L’impegno dichiarato dal Presidente Cocozza è stato netto: contrastare in modo strutturale le dispersioni idriche, che in alcune aree della provincia superano ancora l’inaccettabile soglia del 50%. Ma qui sorge il nodo diplomatico più delicato: come si concilia la visione di una gestione industriale “virtuosa” con una struttura dei costi che ha subito un’impennata immediata per le famiglie siracusane?
In una logica di partenariato pubblico-privato equilibrato, l’investimento del socio industriale — il rischio d’impresa — dovrebbe essere il motore che precede il ritorno economico. Invece, il timore diffuso tra le associazioni e i comitati civici è quello di essere finiti in una gestione “esattoriale”, dove il “groviglio delle reti” si trasforma in un labirinto di costi. Il cittadino avverte il peso di dover finanziare in anticipo opere che, per ora, restano confinate nelle slide dei piani d’ambito, mentre la risorsa idrica continua a perdersi nel sottosuolo.
L’ombra della politica e il caso Augusta: un test di credibilità
La trasparenza invocata in fase di firma non può e non deve ignorare la geografia del potere che orbita attorno ad Aretusacque. Non è un mistero che la governance della società sia osservata con estrema attenzione per i suoi legami con la politica territoriale, in particolare quella che fa capo al deputato regionale e sindaco di Melilli, Giuseppe Carta, referente del gruppo MPA e Grande Sicilia. È fondamentale che un colosso tecnico come Acea mantenga la propria autonomia industriale rispetto alle dinamiche del consenso locale, per evitare che la gestione del bene primario per eccellenza diventi terreno di influenze politiche o logiche clientelari.
Eclatante, in tal senso, è la vicenda del depuratore di Augusta. Nonostante le dichiarazioni sulla “tutela dell’ambiente e del mare”, la scelta di Aretusacque di proseguire lo scontro nelle sedi giudiziarie, presentando ricorso al CGA contro la decisione del Tar che aveva dato ragione alle istanze del territorio, appare come una ferita aperta nel rapporto con la comunità. Perché preferire le aule di giustizia e i tecnicismi legali alla risoluzione pratica di un’emergenza ambientale? Una diplomazia societaria lungimirante dovrebbe comprendere che la “pace sociale” e la salvaguardia dell’ecosistema siciliano hanno un valore intrinseco superiore a qualsiasi vittoria procedurale.
Una diplomazia necessaria per un futuro condiviso
Richiamare il gestore agli impegni sottoscritti nella Convenzione di Gestione non è un atto di ostilità, ma un necessario esercizio di vigilanza. Quando il Presidente del Consiglio di Sorveglianza, Giuseppe Assenza, assicurava che l’organismo avrebbe garantito la piena attuazione del Piano d’Ambito, tracciava un perimetro di responsabilità verso l’intera comunità.
Oggi, quella garanzia è messa alla prova da un’impasse che sembra privilegiare la cautela burocratica e il contenzioso legale rispetto all’audacia industriale che un partner come Acea saprebbe certamente esprimere. Il territorio siracusano, con le sue 166 mila utenze, non può permettersi una “transizione” infinita fatta di attese e rimpalli. Acea ha le carte in regola per trasformare Siracusa in un modello di gestione virtuosa, ma questo processo richiede un ascolto autentico del territorio e la volontà politica di mettere il cittadino — e non solo il bilancio — al centro del sistema.
Siracusa è con l’acqua alla gola: il tempo delle firme e delle cerimonie è abbondantemente scaduto. Ora è il tempo della coerenza, dei cantieri e della restituzione di dignità a un servizio essenziale.
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L’articolo Siracusa. La città è con l’acqua alla gola, monta la protesta: è allarme proviene da Libertà Sicilia.